mercoledì, 07 maggio 2008
Il mio sogno una settimana fa ha viaggiato nel tempo e nello spazio. Il Caffè Letterario di una dama ottocentesca è comparso nella cripta di Sigillo. Luci morbide e calde, tavolini rotondi in ferro battuto fermi come ballerini nella loro posizione artistica. Al centro di ogni tavolino, una piccola composizione di rose e attorno quattro tazze da thè e un piccolo vassoio di pasticcini.
La presentazione del mio libro…Quando salgo i pochi scalini ed entro in quel piccolo mondo del passato e delle mie fantasie tutto si preannuncia magico e nella mia testa ha inizio una melodia inaspettata. Mi sento una sposa circondata da sincere ammirazioni. Tra le braccia un mazzo di fiori, nei miei occhi gli occhi lucidi degli ospiti e stringo le mani a me più care, quelle che hanno accompagnato davvero il mio cuore. E tutto è un sogno, al punto che temo non sia la realtà. Meno male che vengono scattate delle foto, future testimoni di un evento reale. E mi sento una sposa…il fotografo ufficiale, il relatore che spiega davvero il mio libro e sembra essere sincero in tutti quei complimenti, il thè che viene servito, gli attori che mi interpretano, la fievole musica, i fiori, il Sindaco… E stringo questo ricordo, questo dono che tutti, ieri, mi hanno fatto… tra loro ho visto Alice, era bambina e stupefatta guardava incredula il suo sogno che si materializzava intorno a lei…e stata succedendo davvero.
Quindi ad Antonella il sindaco, ad Oriana, ad Arte e Dintorni, a Chiara, Bibi e Marco i tre meravigliosi attori che sanno rendere ogni scritto un’opera speciale, al paziente relatore, alle mie maestre, ai miei professori, a mia madre, ai miei compagni, a tutti coloro che hanno reso vivo il mio sogno, GRAZIE.
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giovedì, 24 aprile 2008

Premetto che:
1. Non sono una traduttrice professionista
2. Non sono una critica letteraria
3. Non sono una vera scrittrice
Ma dal momento che questo blog è nato sulla e per la letteratura e tutto ciò che c'è di affine, posso prendermi (almeno qui) la libertà di discutere di queste materie, una certa licenza d'autore insomma.
Con queste premesse posso dire che la scrittura (e, quindi, la letteratura) non è solo quella firmata "Dante" o "Dan Brown", nè è solo quella che viene proposta a teatro o nei licei. Dove voglio arrivare? Ai Baci Perugina (e non è pubblicità occulta!). Ebbene sì, essi sono per me quasi un connubio celestiale: cioccolato e parole, cacao e inchiostro, palato e mente. Ora, è vero che molte volte, sotto l'argento puntellato di stelline blu troviamo frasi scontate o estremamente "mocciane". Altrettante volte, però, la Nestlè ci regala spunti interessanti, spesso di autori autorevoli.
Così, poichè fra le mie mani si scioglie un Bacio al giorno, mi imbatto più volte in nuove scoperte. Considerando anche la natura fortemente limitata della mia cultura e memoria, le novità sono per me frequenti.
Bacio Perugina
Oggi proporrei questa velina:
"Un baiser c'est un secret qui prend la bouche pour oreille" di Edmond Rostand.
Non so chi siano i traduttori che lavorano per la Perugina, ma, chiunque essi siano, hanno leggermente allontanato la versione italiana dall'originale:
"Il Bacio è un segreto sussurrato a una bocca anzichè ad un orecchio". Immagino che la maiuscola in "bacio" sia uno stratagemma adottato per richiamare, chiaramente, il prodotto commerciale. Comunque, a parte questo, nonostante la frase sia resa in un italiano corretto e semanticamente piacevole, vorrei sottolineare, per rispetto nei confronti di uno scrittore, che Rostand cercò di dirla in un modo un po' diverso, del tipo:
"Un bacio è un segreto che scambia la bocca per orecchio".
Ma convengo che la prima resa sia senza dubbio più poetica.
Resta il fatto che questa velina ci regala un'immagine interessante, con la quale non fatichiamo molto a concordare. Pensiamo solo che si usa lo stesso verbo "sentire" per le orecchie e per le sensazioni che un bacio può darci.
Colgo l'occasione dei Baci Perugina per ricordare ai lettori che Edmond Eugène Alexis Rostand è stato un celebre poeta e drammaturgo francese, passato alla storia soprattutto come l'autore dell'opera teatrale "Cyrano de Bergerac".

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mercoledì, 05 marzo 2008

Il destino ci ha resi vicini
nello spazio
e il tempo non ci è
meno amico.
 
La mia finestra, meschina,
non mi nasconde
le pareti del tuo corpo
come tu mi hai mostrato
quelle del tuo cuore.
 
Posso leggerti quasi ovunque
e ogni cosa
sembra un filo che fa capo
alla stessa matassa,
sembra un labirinto con
un’unica uscita
ed un’unica entrata.
 
Tutto vuole portare a te,
ma ti nascondi.
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martedì, 12 febbraio 2008

L’odore degli alberi. L’odore dell’azzurro del cielo. Non il profumo dell’aria fredda di una giornata limpida in inverno, proprio l’odore dell’azzurro. E’ particolare, è fresco, è corroborante e stordisce. Sembra impossibile che un colore possa avere un profumo, eppure sono sicura che in quel parco io ho sentito il profumo del cielo e l’odore del verde delle foglie. All’improvviso, entrata in quel mondo qualcosa ha amplificato le potenzialità dei miei sensi, in particolare dell’olfatto che ha preso a funzionare all’ennesima potenza, facendomi scoprire il profumo delle sfumature. Fa venire le lacrime agli occhi, perché sovrasta, supera la mia umana capacità di sopportare le emanazioni dall’esterno. Profuma un po’ di neve, l’azzurro del cielo. E il verde degli alberi profuma un po’ di te, ma non del tuo ricordo o della tua pelle, proprio di te, del tuo cuore. Forse è per questo che aspirando l’odore del parco, il parco aspirava me, stringendo il mio cuore in un involtino di foglie. Ed è in questo epifanico momento che ho pensato “ti amo”. Che sia quell’odore che me l’ha suggerito, fors’anche a tradimento, in un momento di debolezza, non so. Ma è quel profumo che mi ha rivelato con uno schiaffo: sei innamorata. Ripeto, con uno schiaffo, dunque al di fuori di qualsiasi romanticismo e dolcezza, ma anzi con tutto il carico di dolore e di travaglio.
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lunedì, 11 febbraio 2008

"[...]Perchè, sì, Marijo aveva l’abitudine di allegare all’elenco delle informazioni strettamente funzionali l’umore del mare. No, non il rumore, come il lettore potrebbe correggermi. Bensì, l’umore. Quando si è innamorati, si passa il tempo a contemplare il viso dell’amata, facendo attenzione ad ogni piccola increspatura della bocca, ad ogni incurvatura degli occhi. Così Marijo non abbandonava nemmeno per un istante il suo mare, le sue onde e ogni sera riportava sul registro la pazienza che quel giorno l’acqua aveva portato, il suo sentimento gioioso quando la brezza giocava con essa, la sua paura incontenibile quando la tempesta infuriava. Quella sera, accanto alla lista, sul bordo destro del registro, Marijo scrisse: “nervoso”. Il mare era stato nervoso per tutta la giornata. Le onde si erano infrante continuamente sulla sua nave, ma egli percepiva questo malcontento soprattutto dalla schiuma. La bianca corona che soleva accompagnare le onde del mare nei giorni ventosi era, generalmente, compatta e continua, cingeva cioè l’onda in tutta la sua lunghezza. Quel giorno, invece, le creste si mostravano frastagliate e fastidiosamente frizzanti, febbricitanti di ira e scontrose.
Poiché l’acqua è solita essere lo specchio del cielo e, dunque, anche il riflesso del suo carattere, Marijo aveva cercato fra le nubi il nervosismo che il mare rispecchiava, ma non ne aveva trovato tracce. Dopo aver consultato la cartina, il percorso, calcolato le miglia rimanenti e non avendo trovato traccia nelle terre oltremare di nervosi presagi, si era convinto a chiedere la causa di tanto malessere direttamente alla fonte delle sue ricerche. Il dialogo con il mare era, per Marijo, una forma consueta di comunicazione. Egli chiedeva, il mare rispondeva e non erano rare le volte in cui era il mare stesso a chiedere in modo tale che fra i due si era venuta a creare una sintonia costante e una conversazione che poche volte subiva una pausa. Entrambi gli interlocutori erano soddisfatti del compagno con cui parlavano e, per questo, mai si erano traditi.[...]"
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mercoledì, 06 febbraio 2008
--Egli bramava la sua amante giorno e notte e quando gli era stata concessa l’occasione di viverla aveva deciso che l’avrebbe fatto da solo. Solo lui avrebbe goduto della passione del suo amore. L’amante sarebbe stata solo sua, per mesi.
La notte del 21 agosto del 1417, Marijo aveva consultato le stelle ed era partito in silenzio, come il mare che respira l’onda e che, prima di farla scivolare sulla sabbia, trattiene il fiato e l’acqua in attesa.
Alla sua sinistra Capo Verde, alla destra l’Oceano Atlantico, sotto di lui il suo amore, il mare. Inchiostro denso e corposo, accarezzava il bordo libero del não in un continuo beccheggio tranquillo e distensivo.
Tutte le sere, dopo aver allentato le vele, fissato le funi alle incudini e afforcato le ancore, una a destra e una a sinistra per assicurare alla caracca una buona tenuta, Marijo camminava lungo il ponte fino a poppa, nella sua cabina. Prendeva in mano il registro di bordo e annotava le dispense rimaste, quelle consumate, la temperatura della giornata appena passata e altri piccoli dettagli che sarebbero stati utili ad altri navigatori una volta tornato a Lagos. Poiché le correnti marine e i venti laterali potevano spingere il suo não fuori rotta, di tanto in tanto Marijo calcolava e prendeva nota delle correzioni di rotta necessarie per far avanzare l’imbarcazione verso la sua destinazione. Ogni sera riprendeva da dove aveva lasciato, facendo misurazioni e calcoli, tracciando righe e curve sulla sua carta nautica. Due settimane dopo la partenza aveva avuto un problema con il castello di prua, tanto da rischiare di immagazzinare più acqua di quanto la nave avesse potuto tollerare ed era rimasto tutto il pomeriggio ad aggottare. Un mese più tardi un forte vento contrario aveva strappato la vela del trinchetto e solo grazie all’aiuto di un veliero di passaggio era riuscito a issarla come nuova.
Anche quella sera, all’altezza di Capo Verde, solo nella sua cabina ascoltava il canto d’amore delle onde intorno al suo piccolo mondo, mentre con la penna ne annotava le note.--

 

*quinto classificato al concorso Mons Aureus 2007 

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giovedì, 17 gennaio 2008
Muovendo i passi in un campo
di bocche di leone
il mio sguardo è inciampato
in un argenteo soffione.
 
Era soffice, diverso, rotondo
ma sfumato,
sensibile al mio tatto, luminoso
sincero e dorato.
 
Lo appoggiai alle mie labbra
e lui rispose
con un dolce ondeggiare del pappo
e le piume setose.
 
Lo spinsi vicino al mio cuore
con delicata premura
e, sorpresa, erano i suoi battiti
a coprire la mia paura.
 
Lo accolsi nel mio grembo
con un fertile amore
ed ecco, lui pianta un seme
dentro al mio cuore.
 
Allora gli chiesi: davvero mi vuoi
a te qui vicina?
Rispose chinando il suo stelo
alzandomi come regina.
 
Una dettaglio, però, avevo scordato:
era un soffione.
E questa, che a me parve solo timidezza,
era il solito vigliacco dente di leone.
 
Piegato si era per fuggire strisciando
a cercare protezione
fra le mani di un’altra “regina”,
il mio caro sornione.
 
Ma io lo riprendo, fra l’indice e il pollice,
ferita e sorpresa
e soffio sui quei capelli che ora paiono grigi
lasciandolo senza difesa.
 
Così, nudo, mi appare e mi fa ricordare
che è il solito banale soffione
fra tanti; gettando alle spalle la sua mediocrità,
proseguo cercando la vera rarità.
 
Kalindi
 
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lunedì, 14 gennaio 2008
Questa notte
qualcuno è venuto
a trovare il mio sonno.
I miei occhi
sognavano di cercarti,
ma una mano
si è aperta, brutale,
un varco nel mio petto.
Ha violentato tutto
ciò che vi ha trovato
e, ladra, se n’è
scappata lasciando
la casa vuota
di macerie.

Kalindi

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lunedì, 24 dicembre 2007

Buone Feste!

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lunedì, 17 dicembre 2007
Guardami negli occhi
e dimmi che il tuo cuore
rimane muto
 
Ti prego, guardami negli occhi
e dimmi che in te
non si muove il desiderio di toccarmi
 
Guardami, per favore
abbi pietà dei miei occhi
e dimmi che non li vuoi,
e dimmi che io non chiedo i tuoi

Kalindi
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